State tranquilli, non siamo a Pienza, la città ideale, e neppure a Cinecittà.
Il palazzo lo potete osservare in tutta la sua straordinaria eccentricità in via per Busto Arsizio, poco dopo girato l’angolo della farmacia.
Proprio lì, dove fino a qualche anno fa sorgeva una casa di cortile, una delle tante anonime case di cortile di un paese, di un’epoca contadina, sicuramente lontana anni luce da noi, ma decisamente “nostra”. L’epoca dove, volendo, cercheremmo, confusamente ed anche un po’ storditi, le nostre radici.
Questo palazzo è un curioso paradosso.
Ma è anche originale metafora del modo di intendere l’edilizia e la trasformazione urbanistica.
Mettendo mano ad un piano regolatore tutto si concentra sui volumi e sulle superfici di case e fabbriche da costruire. La quantità. Terreni che diventano edificabili, case che si elevano, abitanti che crescono.
E la bellezza?
Possibile che non ci si ponga una banalissima domanda: sarà più bello il mio paese, dopo?
No, questa è una domanda che non si può fare.
La bellezza non interessa a chi amministra, potrebbe al massimo interessare i privati.
Ognuno faccia come crede, chi ha buon gusto meglio per lui.
E noi? E gli altri? Quelli, cioè, che poi queste case se le trovano davanti tutti i giorni?
Il paesaggio urbano, in fondo, non è questo?
E allora perché non introdurre regole per salvare un po’ della bellezza nuova e antica dell’abitare?

